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Notizie sul comune Cenni storici Tra i feudatari che si sono avvicendati nel corso dei secoli ricordiamo: Riccardo Trogisio (1140), Bertrando del Balzo (1269), Corrado Acquaviva, Agnese de Trogisio (1355), Giovanni de Ursinis (1382). Nel 1390 Abbateggio risultava in potere del Regio Demanio mentre nel 1479 ne era feudatario Giovanni Luigi Fieschi di Genova. Il 18 aprile 1487 il re Ferdinando I d’Aragona dona il Contado di San Valentino, comprendente, oltre la stessa San Valentino, Pianella, Bacucco (l’attuale Arsita) Abbateggio e il Casale di Cusano (attualmente frazione di Abbateggio), a Organtino de Ursinis. Tale concessione fu confermata nel 1507 al figlio Francesco de Ursinis che però vendette il contado a Giacomo de Phrigiis Penatibus della Tolfa, avo di quel conte Carlo che, il 3 febbraio 1583 vendette la proprietà a Margherita d’Asburgo (detta Margherita d’Austria), moglie di Ottavio Farnese duca di Parma e Piacenza. Il Castello di Abbateggio rimase proprietà dei Farnese sino al 1731 quando, con l’estinzione del casato farnesiano, il Ducato di Parma e Piacenza passò a Carlo III di Borbone, figlio del re di Spagna Filippo V e di Elisabetta Farnese. Da questo momento in poi il nostro paese ritorna sotto il dominio del Regno di Napoli. Durante i moti del 1799 le masse di Abbateggio si unirono a quelle dei paesi limitrofi sotto la guida del capo-massa sanfedista Francesco Paolo De Donatis per combattere contro i francesi della repubblica Partenopea e favorire la restaurazione dei Borbone. I briganti furono però sconfitti ed annientati dalle truppe francesi nei dintorni di Manoppello. Abbateggio ha dato i natali a Mariano d’Abbateggio, monaco celestino, che fu generale della sua congregazione e profondamente edotto in filosofia e teologia; venne nominato governatore della città dell’Aquila nel 1317. Emergenze e monumenti La Valle Giumentina e la zona dei “tholos”: lungo l’itinerario che conduce all’altipiano di Valle Giumentina si notano, sulla sinistra un gruppo di capanne a tholos notevoli per fattura e dimensioni. L’edificio principale del gruppo, alto otto metri e di oltre cinque metri di diametro alla base, è il più grande dei circa cinquecento esemplari di questo tipo sparsi nella zona, ed è l’unico a due piani. Sono presenti altri edifici minori a formare un piccolo nucleo abitativo e s’individuano chiaramente abbondanti resti dei muri che anticamente circondavano gli stazzi. Dalla Valle Giumentina si può proseguire a piedi con un sentiero che in poco più di mezz’ora, attraversando il vallone di Santo Spirito, porta all’eremo celestiniano di San Bartolomeo. Da visitare Appuntamenti La Festa del Farro è una sagra che vede incontrastato protagonista questo cereale altrove dimenticato da secoli perché soppiantato dalle varietà più moderne di grano. Ad Abbateggio il farro è stato riscoperto tra le sementi di antiche famiglie contadine locali, e da anni è oggetto di attenzioni da parte di piccoli produttori locali e della Pro Loco di Abbateggio che ha fatto sua la battaglia per la reintroduzione nell’alimentazione moderna di quest’antico cereale dalle sorprendenti e benefiche proprietà alimentari. Il Premio Nazionale di Letteratura Naturalistica “Parco Majella”, giunto quest’anno alla sua settima edizione, consta in una gara alla quale possono partecipare scrittori professionisti e dilettanti e giornalisti italiani e stranieri. Il bando di partecipazione viene divulgato a mezzo stampa nel mese di febbraio e gli “scrittori dalla penna verde” hanno tempo sino a maggio per inviare i loro lavori. Durante la serata conclusiva, che cade solitamente l’ultima domenica di luglio, si ha la proclamazione ufficiale dei vincitori alla presenza delle autorità. Il premio si svolge sotto l’alto patronato della Presidenza della Repubblica Italiana, sotto l’egida del Columbus Centre di Toronto (Canada), con il patrocinio del Parco Nazionale della Majella e di tutti gli Enti territoriali regionali e provinciali nonché dei più importanti Comuni della Provincia di Pescara. Sono stati premiati nelle passate edizioni ad Abbateggio scrittori, giornalisti e ambientalisti di prima grandezza come Luigi Pintor, Fulco Pratesi, Grazia Francescato, Giorgio Celli, Ruggero Leonardi, Reinhold Messner, Iakob Tappeiner, Massimo Morello, Mauro Corona, importanti case editrici quali il Touring Club Italiano, Arnoldo Mondadori, Bollati Boringhieri, Editori Riuniti, Idealibri, Biblioteca dell’Immagine, Cierre nonché riviste specializzate in tematiche ambientali quali Oasis, Airone, Bell’Italia, Verde Oggi. La serata della premiazione viene piacevolmente arricchita dall’intervento di un attore che legge alcuni passi significativi dei testi premiati, e da un gruppo musicale che esegue brani di musica classica. Al termine, ai partecipanti viene offerto, dalla Pro Loco di Abbateggio, un rinfresco.
Capanne a tholos. Sono capanne realizzate utilizzando l’abbondante materiale lapideo disponibile posto in opera a secco a realizzare ambienti a pianta circolare, quadrata o rettangolare. Per la copertura veniva usata la tecnica della falsa cupola, sovrapponendo cioè cerchi di pietre leggermente aggettanti verso l’interno sino a chiudere completamente la luce. Questa tipologia costruttiva, importata dalla Puglia attraverso le vie della transumanza verso i primi del 1800, deriva dal trullo che a sua volta deriva dalla “specchia” salentina, termine che identifica delle costruzioni in pietra in forma di grandi coni, alti fino a 18 metri, circondati da un muro, con funzione di torri di vedetta, ma anche delle costruzioni più piccole, senza muro di rincalzo, racchiudenti tombe a cassa e corredo, di tradizione appenninica risalente alla prima età del ferro. Queste capanne a tholos, rifugi di piccole e medie dimensioni, sono nate come prodotto spontaneo di una società pastorale e contadina nella quale non esisteva la specializzazione e dove ognuno era in grado di provvedere ai propri bisogni primari, compresa la costruzione di un ricovero. La capanna costituiva un comodo rifugio in caso di maltempo e un deposito per l’attrezzatura agricola. Nei periodi di maggior lavoro vi si trascorreva la notte, e in tal caso le capanne di medie dimensioni erano provviste di un piccolo soppalco di legno, posto ad un metro da terra, sul quale dormire. Se oltre ad un discreto fondo agricolo si possedeva un certo numero di capi di bestiame era necessario realizzare quell’insieme di edifici e pertinenze che oggi definiamo complesso agro-pastorale. Troviamo così gli stazzi a formare un insieme organico con le capanne come delle vere e proprie masserie stagionali dove si coltivano i vicini terrazzamenti e si accudisce il gregge che pascola più a monte o nelle zone incolte. Il complesso tipo, idoneo per ospitare nei mesi estivi un intero nucleo familiare, era formato da una capanna dormitorio a due piani, da un deposito di prodotti e attrezzi ed infine da un luogo riservato alla mungitura, possibilmente coperto, il tutto racchiuso tra le alte mura dello stazzo. Caramanico Terme (m 556 s.m., 2496 abitanti): cittadina interessante per la struttura urbanistica e per la bella posizione, e stazione di cura e soggiorno. Fondata, secondo la leggenda, dal monaco Caro, nipote di Carlo Magno, fu feudo di varie famiglie e più a lungo dei d’Aquino. Conserva parte della cinta muraria e delle porte. Castello di Abbateggio: il termine deriva da castellum ed indica una fortificazione più piccola del castrum cioè della vera e propria città fortificata. Il Castello di Abbateggio viene nominato nell’atto di acquisto del contado di San Valentino da parte di Margarita d’Austria e su altri documenti del 1562, del 1593 e del 1628 dai quali si deduce che il territorio del contado comprende il “castello di Bateggio” di 62 fuochi con il casale disabitato di Cusano. La sua presenza è inoltre ricordata nello stemma di Abbateggio che raffigura un castello merlato con una torre centrale. Il castello occupava presumibilmente l’estremità dello sperone roccioso su cui oggi sorge il paese ed interessava in particolare l’area su cui oggi sorge la chiesa di San Lorenzo. Eremo di San Bartolomeo: è uno degli eremi celestiniani ricavato in una grotta naturale scavata nella ripida parete della valle di Santo Spirito. All’interno delle cavità sono state realizzate dai monaci strutture murarie per ricavare una minuscola cappella e alcune celle. Nella cappella sono custodite alcune pitture policrome e la statua lignea di San Bartolomeo, oggetto di profonda e radicata devozione per gli abitanti di Roccamorice. Ogni anno infatti, all’alba del 25 agosto, tutto il paese si ritrova nell’eremo per portare in una suggestiva processione mattutina la statua del Santo lungo i ripidi sentieri montani sino al paese dove dimorerà nella chiesa parrocchiale di San Donato per alcuni giorni prima di essere ricondotta alla sua dimora abituale. Durante il tragitto i fedeli si contendono l’onore di trasportare, fosse anche per pochi metri, la statua del Santo. Farro: è un cereale antichissimo, progenitore del grano. La sua coltivazione risale all’epoca degli Egiziani poi alle stirpi del Mediterraneo: infatti cariossidi di triticum dicoccum (nome botanico di una varietà di farro) sono state trovate in alcune tombe dell’antico Egitto di epoca precedente il periodo dinastico, in avanzi dell’età della pietra in Germania ed a Aquileia nell’età del bronzo. Per il grande utilizzo che in passato si faceva del farro sono rimasti nella lingua italiana alcuni termini correntemente usati come ad esempio farina. Dal punto di vista alimentare è una ricca fonte di vitamine del gruppo A, B, C, E e di sali minerali; contiene fosforo, sodio, calcio, potassio e magnesio. La crusca e gli oli contenuti nel suo germe lo rendono emolliente intestinale, ma la sua caratteristica principale è il suo potere antiossidante che blocca l’eccessiva formazione dei radicali liberi, maggiori responsabili dell’invecchiamento e di forme di degenerazione cellulare. Festa del Farro: sagra paesana organizzata tradizionalmente dalla Pro Loco di Abbateggio in occasione della festa di San Lorenzo, il patrono del paese. La festa dura solitamente alcuni giorni durante i quali i residenti, gli emigranti ritornati in paese per le vacanze ed i turisti possono trascorrere delle piacevoli serate all’aperto degustando una grande varietà di piatti tipici a base di farro. L’atmosfera viene allietata da musica e balli in piazza. Informazioni sulla festa del farro si possono richiedere alla Pro Loco di Abbateggio, Via Madonna del Carmine, 11 65020 Abbateggio (Pescara) oppure telefonando ai numeri 085/8574172 – 085/60379. Majella: è, dopo il Gran Sasso, il più importante gruppo dell’Appennino centrale delimitato a nord dalla valle del Pescara e a sud da quella dell’Aventino. La zona culminale è costituita dalle cime del monte Amaro (m 2793), monte Acquaviva (m 2737), Pesco Falcone (m 2657), ed i Tre Portoni. Incavata da bei circhi glaciali e da profondi valloni essa ha aspetto selvaggio benché manchino le creste acute e le strutture tipiche dell’alta montagna. A nord del gruppo culminante, parecchie altre cime superiori ai 2000 m si susseguono fino alla Maielletta; poi la montagna digrada rapidamente verso la Pescara. Margherita (o Margarita) d’Asburgo, duchessa di Parma e Piacenza, governatrice dei Paesi Bassi. Nata ad Audenarde, nella Fiandra orientale, nel 1522 da Carlo V e da Johanna van der Gheynst, sposò giovanissima (1536), per volere del padre, Alessandro de’ Medici poi, dopo l’assassinio di questi, Ottavio Farnese (1538), nipote del papa Paolo III, dal quale ebbe il figlio Alessandro. Il desiderio di affermare il prestigio dei Farnese, e forse più la sua personale ambizione, la indussero a recarsi, nel 1559, nei Paesi Bassi quale governatrice. Accanita rivale del cardinale Antoine Perrenot de Granvelle, effettivo padrone del governo e fautore di una politica repressiva nei confronti della montante protesta riformista che contagiava il paese, riuscì ad ottenerne dal fratellastro Filippo II re di Spagna l’allontanamento (1563); ma si trovò a fronteggiare la difficile situazione creatasi senza poterla alleggerire anzi, costretta a irrigidirsi per l’aperta rivoluzione dopo ulteriori infruttuosi tentativi di mediazione con l’aristocrazia locale onde isolare il calvinismo popolare. Venne destituita dall’incarico nel 1567 e, lasciate le Fiandre in balìa dell’esercito del Duca d’Alba, rientrò in Italia stabilendosi a Cittaducale, nei suoi feudi abruzzesi che in parte le venivano dal suo matrimonio con Alessandro de’ Medici e che in parte aveva già acquistato (1539) ampliandoli poi dal 1570 (anno in cui acquistò Borbona da Donna Caterina de Ilanis per 4500 ducati) al 1583. Il 26 giugno 1571 Margherita chiese a Filippo II una città su cui “regnare” ed il 21 settembre 1572 le giunse il “privilegio” del re che le concedeva il governo della città dell’Aquila. Dopo quasi otto anni di permanenza all’Aquila tornò nel 1580 per breve tempo nelle Fiandre e il 1° novembre 1583 rientrò in Abruzzo giungendo a Ortona via mare. Durante la sua permanenza in Abruzzo acquistò La Posta (oggi Posta) il 26 luglio 1572 da Caterina Cornesca per 1000 ducati, Ortona a Mare il 20 gennaio 1582 dal principe di Sulmona, Orazio della Nora, per 54000 ducati, come feudo personale, oltre al contado di San Valentino, che comprendeva San Valentino, Abbateggio, Bacucco (oggi Arsita), Pianella e il casale di Cusano (frazione di Abbateggio), acquistato dal conte Carlo de Phrigiis Penatibus della Tolfa per 66000 ducati il 3 febbraio 1583. Parco Nazionale della Majella Pietro Angelerio da Morrone (Papa Celestino V): nato a Isernia nel 1215, morto a Fumone nel 1296. Prende il nome dal monte presso Sulmona dove fu a lungo eremita; fondò verso il 1264 una congregazione di eremiti che da lui si chiameranno in seguito celestini. La lunga vacanza del trono papale alla morte di Niccolò IV finì con la sua elezione a pontefice avvenuta a Perugia il 5 luglio 1294 e dovuta alla sua fama di santità non meno che all’influenza di Carlo II d’Angiò. Troppo vecchio e incapace di liberarsi delle continue richieste di favori da parte dei suoi monaci e ancor più di Carlo II che lo indusse a nominare vari cardinali francesi, il 13 dicembre 1294 volle abdicare. Fu incoraggiato nella sua decisione dal cardinale Benedetto Caetani, il quale, eletto con il nome di Bonifacio VIII, dapprima lo fece sorvegliare, poi, dopo un tentativo di fuga, lo confinò nel castello di Fumone. Nel 1313 fu canonizzato. Premio Nazionale di Letteratura Naturalistica Parco Majella: è nato nel 1998 grazie a una intuizione dell’associazione Pro Loco di Abbateggio che attraverso questa manifestazione desiderava presentare al pubblico opere letterarie contrassegnate da una spiccata sensibilità nei confronti della natura. Strutturato tradizionalmente in cinque sezioni (narrativa e poesia inedita, narrativa edita, saggistica e giornalismo) il premio si è arricchito nel corso delle passate edizioni grazie all’intervento di personalità scelte dal mondo culturale, politico, naturalistico e universitario che garantiscono ogni anno un sempre maggior spessore al premio. Radmilli, Antonio Mario (Gorizia, 1922 – Pisa, 1998) fu studioso di rilievo internazionale nell’ambito paletnologico. Formatosi negli anni ’40 a Roma, giunse a Pisa nel 1953 per usufruire di una borsa del CNR per lo studio delle faune del Quaternario. Da allora tutta la sua attività didattica si svolse presso l’Università di Pisa dove fu incaricato nel 1958 per lo studio della Paleontologia Umana, disciplina per la quale divenne ordinario nel 1971. La sua attività di ricerca e di scavo in Abruzzo inizia nel 1948 proseguendo intensamente per alcuni lustri, contribuendo in modo decisivo sa far luce sulla presenza e sulla vita dell’uomo in Abruzzo a partire dal paleolitico medio-inferiore. Oltre a quelle nella Valle Giumentina, condusse importanti e proficue campagne di scavo a Bolognano, a Popoli, a Catignano, a Calascio, a Santa Maria in Arabona, a Torre dei Passeri nonché nell’area del Fucino, in particolare a Celano ed Ortucchio. Insieme a E. Tongiorgi conferì allo studio della più antica storia umana un’impostazione interdisciplinare che si tradusse nella creazione, a Pisa, di laboratori per lo studio delle faune, dei sedimenti e dei pollini. Nella sua lunga carriera il Radmilli affrontò, con contributi talora fondamentali, lo svolgersi delle culture umane dal loro apparire sulla penisola italiana sino all’età del bronzo, cercando di superare la tradizionale partizione per cui ai naturalisti sarebbe spettato lo studio delle fasi più antiche, mentre i periodi più recenti dovevano essere affrontati con un’impostazione storico-archeologica. Egli sostenne sempre che il metodo da adottare doveva essere unico, ed era il metodo storico, ma che, data la natura delle testimonianze preistoriche, essenziale appariva il contributo delle scienze naturali. In contrasto con la grande importanza assunta dalle ricerche di tipologia analitica, il Radmilli si sforzò sempre di studiare le culture nel loro insieme prestando attenzione alle scelte economiche ed alle modalità insediative e non solo alle manifestazioni ergologiche delle popolazioni preistoriche. Radmilli inoltre avvertì profondamente l’importanza che assume la collaborazione e il confronto tra studiosi e parimenti sentì sempre la necessità di divulgare i risultati della ricerca scientifica, di mantenere aperto il dialogo con i non tecnici e di valorizzare e incanalare l’attività dei “dilettanti”. L’importanza della sua attività per lo sviluppo delle scienze preistoriche traspare chiaramente dalle cariche assunte e dai riconoscimenti avuti; tra le altre cose, a partire dal 1988, fu presidente dell’Istituto Italiano di Preistoria e Protostoria, nel 1991 venne eletto socio corrispondente dell’Accademia dei Lincei e presidente dell’Unione Internazionale delle Scienze Preistoriche e Protostoriche. Roccamorice. Sorge alle falde della Majella, a 530 metri sul livello del mare. La sua fondazione si fa risalire al IX secolo. Di origine italica, nell’ottavo secolo faceva parte della diocesi di Chieti. Nel IX secolo vi fu fondata l’abbazia di Santo Spirito a Majella che venne poi restaurata nel XIII secolo da Pietro Angelerio da Morrone, il futuro papa Celestino V, che ne fece la casa madre della congregazione religiosa che poi da lui prenderà il nome. Intorno al 1795 i baroni Valignani divennero proprietari del contado di Roccamorice. Come comune indipendente, Roccamorice venne soppresso nel 1929 nell’ambito della riorganizzazione amministrativa voluta da Mussolini che lo riunì sotto un’unica giurisdizione assieme a San Valentino e Abbateggio. Salle (472 m sul mare, 443 abitanti): è un paese moderno fondato in sostituzione di Salle vecchia che subì gravi danni per frana e i terremoti del 1915 e 1933 e di cui restano suggestive rovine. Appartenne a vari feudatari fino al 1795 quando contava 1000 abitanti e risultava di proprietà dei Baroni Genova di Vasto che lo manterranno sino all’abolizione del feudalesimo. Nel paese, unico in Italia, si preparano corde armoniche e catgut per suture chirurgiche. Il castello di Salle, è stato recentemente restaurato dai proprietari, i baroni di Genova, e adibito in parte a museo civico. Vicino a una delle porte del castello si trova un’antica fontana con tre mascheroni mentre poco distante, su di un portale, sono raffigurati gli stemmi del casato baronale. La facciata è munita di feritoie dalle quali spuntano fusti di cannone. Fino al 1921, come testimonia una relazione del Genio Civile, il castello contava ben 43 vani mentre al giorno d’oggi, cadute le sopraelevazioni e diminuito consistentemente il numero delle stanze, resta solo il fabbricato al pianterreno che si estende dentro il muro di cinta per circa 110 metri. La parte più antica della costruzione è quella che sporge verso gli scoscendimenti della collina ove era posto il vecchio abitato di Salle. Una panoramica balconata corona le mura da dove è possibile godere una splendida vista del monte Morrone e delle valli dell’Orta e dell’Orfento. L’esterno del castello è caratterizzato da un tipico giardino all’italiana ricco di siepi di bosso, cipressi e ulivi secolari. Il castello è stato dichiarato monumento nazionale, e accoglie un interessante museo civico visitabile da giugno a settembre, fatta eccezione per alcune sale riservate alla famiglia baronale. San Clemente a Casauria: una delle chiese abbaziali più interessanti della regione, importantissimo monumento di transizione dal romanico al gotico cistercense. La facciata è preceduta da uno stupendo portico a tre arcate divise da pilastri rettangolari con colonne addossate su ogni faccia. Bellissimi i capitelli e gli archivolti. I battenti a riquadri bronzei risalgono al 1192 e sono dovuti probabilmente all’abate Ioele. Tra le figure rappresentate nei riquadri dei battenti, interessanti sono i castelli soggetti all’abbazia, raffigurati con tre torri e individuati ciascuno dal proprio nome. San Valentino in Abruzzo Citeriore (m 457 s.m., 2000 abitanti): notevole centro situato sopra un cocuzzolo roccioso. Si chiamava anticamente Castel della Pietra e prese il nome attuale quando vi furono traslati i corpi di S. Valentino, vescovo e martire di Terracina e di S. Damiano. Appartenne nel sec. XIV ai duchi Acquaviva d’Atri, poi ai Fieschi di Genova (1479) e più tardi ai Farnese. La Parrocchiale dei SS. Valentino e Damiano, sull’alto di una gradinata, è su disegno di Luigi Vanvitelli (la facciata con due campanili gemelli fu rifatta dopo il 1915), con bell’interno a una navata e cupola. A sinistra della chiesa è la porta di accesso all’antico castello di cui restano tratti di cortine e torri; un androne immette al palazzo Farnese con un portale, scala esterna e loggia. Sant’Eufemia a Majella (m 858 s.m., 582 abitanti): paese di antiche origini (esistono documenti del 1064 in cui ne viene indicata l’esistenza) fu dipendenza della vicina Caramanico fino al 1834 anno in cui se ne distaccò formando comune a sé aggregando le frazioni di Villa Ricciardi e S Giacomo. Dopo un periodo di emigrazione, tra il 1950 e il 1970, dovuta alla crisi dell’economia agricola e pastorale, si è avviato negli ultimi anni un periodo di sviluppo e di ripresa economica grazie all’interesse turistico suscitato dagli impianti termali della vicina Caramanico e dall’istituzione, nel 1991, del Parco Nazionale della Maiella nei cui confini rientra tutto il territorio comunale. Immersa nel verde dei boschi e dei pascoli, circondata da selvagge montagne, Sant’Eufemia ha scoperto finalmente la sua vocazione naturalistico ambientale. Santuario della Madonna dell’Elcina: sorge su di un cocuzzolo roccioso a breve distanza da Abbateggio. E’ una piccola chiesa con la facciata in pietra della Majella ricostruita nel 1927 sulla vecchia cappella risalente al XVI secolo. Nell’interno, sopra l’altare maggiore, in un’edicola, si trova la statua della Madonna dell’Elcina in terracotta tinteggiata. La statua, a grandezza naturale, è nobilissima e può essere fatta risalire ai primi del XVI secolo. La Madonna vi è raffigurata assisa, drappeggiata in una tunica verdastra, coperta da un manto azzurrino, con il Bambino Gesù in grembo adagiato su di un cuscino. Sotto l’altare vi è un tronco d’elce, considerato un resto dell’antico albero sul quale, secondo la leggenda, apparve la Vergine. Presso l’altare v’è il quadro raffigurante la Madonna, in tunica rossa e manto azzurro, che, seduta su di un albero, sostiene fra le braccia il Bambino ignudo e benedicente. Il quadro reca l’iscrizione “Maria SS. dell’Elcina di Abbateggio” e può esser fatto risalire al XVII secolo. La leggenda della Madonna dell’Elcina viene riportata dal volume “Tradizioni e leggende sacre abruzzesi” – F. Verlengia, 1958: “Un giorno due pastorelli muti di Abbateggio, pascolando le pecore, nella contrada dell’Elcina, nei pressi del paese, videro su di un albero una signora e ai piedi dell’albero un quadro che rappresentava una madonna seduta su di un vecchio tronco. La Signora disse ai pastorelli che voleva una chiesa sul posto, ripetendo per tre volte la medesima cosa. Alla terza i pastorelli si mossero e si recarono alla madre [rivolgendosi a lei] come mai avevano fatto fino allora, perché muti, e parlarono raccontandogli il fatto. La madre fu lieta e sorpresa nel sentire parlare per la prima volta i suoi figlioli e dette la nuova al vicinato gridando al miracolo. Corse gente. I pastorelli narrarono ancora quanto avevano veduto e quanto la signora aveva chiesto. – Una signora? Dunque la Madonna! - , e a torme la gente seguì i pastorelli sino all’albero, ove ancora sedeva la Signora e dove ancora era il quadro della Madonna. Torrente Lavino: nasce dalla Majelletta e lambisce gli eremi di Santo Spirito e San Bartolomeo occupando il fondo del vallone denominato di Santo Spirito. Individua, profondamente incassato tra le rocce, il confine tra i comuni d Abbateggio e Roccamorice e si getta nel Pescara all’altezza di Scafa. In località Decontra viene alimentato da alcune sorgenti sulfuree: è il Parco territoriale attrezzato del Lavino, istituito con un’apposita legge regionale nel 1987, che copre un’estensione di circa 40 ettari. E’ un ambiente unico nel suo genere, in cui l’acqua che forma le pozze, le lanche e i canali è acqua sulfurea. Piccoli spazi in cui i colori e gli odori sono forti: l’azzurro irreale dei laghetti, dovuto alla presenza dei solfati disciolti nelle acque, e l’aria diversa che vi si avverte catturano l’attenzione del visitatore e l’imprigionano in una dimensione magica. Passeggiando lungo i canali si scoprono le testimonianze di un’antica e laboriosa presenza umana, come l’antico mulino del ‘600, solida e semplice struttura che si fonde con l’ambiente naturale dove i giochi d’acqua si fanno complicati percorrendo mille vie e raccogliendosi in una pozza turbolenta. Il mulino conserva tutto il suo fascino di antica testimonianza di tutte quelle macchine ad acqua che in passato utilizzavano la copiosità delle sorgenti. Valle dell’Orta: istituita come riserva naturale regionale nel 1989 ricade nel territorio dei comuni di Bolognano e SanValentino. Presenta una configurazione geomorfologica di grande interesse paesaggistico nonché storico morfologico cui si unisce un alto valore naturalistico. Nei suoi canyon scorre uno dei corsi d’acqua meglio conservati della regione che nasce alle pendici del monte Amaro e scorre nella valle che separa il massiccio della Majella dal Morrone. In corrispondenza dell’abitato di Caramanico riceve, in destra, le acque del fiume Orfento. Valle Giumentina. Il giacimento di valle Giumentina è situato alle pendici della Majella a 700 m d’altezza nel territorio di Abbateggio. Si tratta di un deposito alluvionale appartenente ad un piccolo lago che occupava una depressione carsica. Il deposito del lago di valle Giumentina è stato negli ultimi anni inciso da un torrente che ha messo in evidenza la successione stratigrafica, la quale risulta formata da 48 strati di cui, per quanto concerne lo stanziamento umano, interessano solamente quelli che dalla superficie arrivano fino allo strato 20 compreso. Il lago più volte nella sua lunga durata fu soggetto, per cause climatiche, ad una riduzione dello specchio d’acqua con conseguente formazione di strati nerastri di 30 - 40 cm di spessore evidentemente coperti da cannucce lacustri e comunque da vegetazione, sui quali camminarono e fissarono il loro stanziamento le genti del paleolitico inferiore. Questi stanziamenti corrispondono agli strati 20, 24, 30, 33, 37, 40 e 42. La serie lacustre è ricoperta da un deposito di pietrisco e da un ammasso caotico di blocchi in matrice pulverulenta biancastra, messi in posto da soliflussione. L’ultima parte del deposito (strato 46) giace in discordanza, è formata di terra rossa interrotta in vari punti da una formazione a ciottoli contenente strumenti in giacitura primaria e secondaria ed è stata depositata anche questa da una soliflussione. La lacuna stratigrafica che esiste tra lo stato 46 e quello sottostante è dovuta al fatto che il deposito venne asportato da una forte azione di ruscellamento. |
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