Notizie sul comune
Abbateggio si trova sulle pendici settentrionali della Majella, lungo la strada che dal casello di Scafa (A25) porta alla rinomata località termale di Caramanico Terme. Dista 40 km da Pescara e circa 200 da Roma. Il centro abitato di Abbateggio, sede comunale, si trova a 450 metri sul mare in bella posizione panoramica con vista che spazia dal Massiccio del Gran Sasso sino al mare Adriatico. Il territorio comunale ha una superficie di circa 16 km2, di cui oltre due terzi nel Parco nazionale della Majella.

Cenni storici
La Valle Giumentina fu abitata sin dal paleolitico, come testimoniano gli interessanti ritrovamenti, effettuati dal prof. Antonio Mario Radmilli dell’Università di Pisa, di manufatti derivanti dalla lavorazione di ciottoli. La particolarità di questa lavorazione e l’abbondanza di reperti hanno fatto di questo sito uno dei più importanti in Abruzzo per lo studio della paletnologia, tanto che la fase più recente dell’industria clactoniana (selci lavorate a percussione su incudine, con piano di percussione inclinato rispetto a quello di distacco) viene definita appunto facies di Valle Giumentina.

Le origini dell’abitato attuale sembra possano farsi risalire agli anni immediatamente successivi alla fondazione del monastero di San Clemente a Casauria ad opera di Ludovico II (871 d.C.).
Il toponimo pare derivi dal nome personale proprio Badeius anche se in merito non v’è alcuna certezza. Secondo il Prof. Marcello De Giovanni, eminente studioso della materia “è la sola proposta di un certo fondamento che riusciamo ad avanzare per questo nome locale fino ad oggi irrisolto ed unico nella toponomastica italiana”.

Tra i feudatari che si sono avvicendati nel corso dei secoli ricordiamo: Riccardo Trogisio (1140), Bertrando del Balzo (1269), Corrado Acquaviva, Agnese de Trogisio (1355), Giovanni de Ursinis (1382). Nel 1390 Abbateggio risultava in potere del Regio Demanio mentre nel 1479 ne era feudatario Giovanni Luigi Fieschi di Genova. Il 18 aprile 1487 il re Ferdinando I d’Aragona dona il Contado di San Valentino, comprendente, oltre la stessa San Valentino, Pianella, Bacucco (l’attuale Arsita) Abbateggio e il Casale di Cusano (attualmente frazione di Abbateggio), a Organtino de Ursinis. Tale concessione fu confermata nel 1507 al figlio Francesco de Ursinis che però vendette il contado a Giacomo de Phrigiis Penatibus della Tolfa, avo di quel conte Carlo che, il 3 febbraio 1583 vendette la proprietà a Margherita d’Asburgo (detta Margherita d’Austria), moglie di Ottavio Farnese duca di Parma e Piacenza. Il Castello di Abbateggio rimase proprietà dei Farnese sino al 1731 quando, con l’estinzione del casato farnesiano, il Ducato di Parma e Piacenza passò a Carlo III di Borbone, figlio del re di Spagna Filippo V e di Elisabetta Farnese. Da questo momento in poi il nostro paese ritorna sotto il dominio del Regno di Napoli.

Durante i moti del 1799 le masse di Abbateggio si unirono a quelle dei paesi limitrofi sotto la guida del capo-massa sanfedista Francesco Paolo De Donatis per combattere contro i francesi della repubblica Partenopea e favorire la restaurazione dei Borbone. I briganti furono però sconfitti ed annientati dalle truppe francesi nei dintorni di Manoppello.
 
Come comune indipendente, Abbateggio venne soppresso nel 1929 nell’ambito della riorganizzazione amministrativa voluta da Mussolini che lo riunì sotto un’unica giurisdizione assieme a San Valentino e Roccamorice.
Il comune di Abbateggio venne ricostituito nel 1947.

Abbateggio ha dato i natali a Mariano d’Abbateggio, monaco celestino, che fu generale della sua congregazione e profondamente edotto in filosofia e teologia; venne nominato governatore della città dell’Aquila nel 1317.

Emergenze e monumenti
Il paesaggio: il territorio comunale si estende per circa 16 chilometri quadrati tra le quote di 210 e 1200 m s.m. Il paesaggio è perciò molto vario, assumendo via via l’aspetto collinare, pedemontano e montano. Nella zona più bassa il clima è mite e il territorio è per lo più coltivato a oliveto, vigneto e frutteto. Nel salire verso monte il rilievo si fa più aspro e aumentano le superfici boscate (querce, lecci, frassini, carpini, aceri, ginepri) che occupano ampie superfici, le più scoscese e inadatte alla coltivazione. Le colture legnose da frutto lasciano gradualmente il posto a piccoli appezzamenti coltivati a graminacee e ai pascoli. Nella zona della Valle Giumentina il rilievo torna ad addolcirsi e la terra fertile può essere utilizzata per la coltivazione del farro. Le quote più elevate sono infine quasi esclusivamente coperte di boschi misti in cui prevale la quercia, il carpino nero e il faggio.
Numerosi torrenti e corsi d’acqua attraversano o delimitano il territorio comunale: il più importante è il torrente che costeggia il confine orientale del territorio comunale e che, cambiando più volte nome (Capo La Vena, Capo Lavino, fosso di Cusano, Leio, Lavino) delimita il territorio verso Roccamorice. Questo torrente corre in una gola profondamente incavata nella roccia immerso in un’oasi incontaminata di lussureggiante splendore. Con un po’ di spirito di avventura e accompagnati da una guida della Pro Loco, è possibile avventurarsi alla scoperta di questo luogo, reso ancora più particolare e magico dalla presenza delle vestigia delle antiche miniere di asfalto.
                                     
Il centro storico: il piccolo centro abitato di Abbateggio è costituito da un nucleo antico di piccole case in candida pietra locale aggrappate ad uno sperone roccioso che domina la stretta valle del fosso Fonte Vecchia, e da una parte più recente, risalente ai primi anni del 1900, nella zona che circonda il santuario della Madonna dell’Elcina.
La parte più antica del paese si presenta come un minuscolo borgo di piccole case in pietra, tortuose stradine e ripide scalinate discendendo le quali ci si affaccia d’un tratto verso paesaggi di selvaggia bellezza. Sorge sul sito dove anticamente si ergeva il castello di Abbateggio, ricordato negli antichi manoscritti. Alcune case, abbandonate da anni, soffrono delle ingiurie del tempo, tuttavia è in corso l’iter amministrativo di approvazione del piano di recupero del centro storico che consentirà tra breve di restituire al paese il suo aspetto caratteristico.
La parte più alta è costituita invece di case rurali in pietra con le caratteristiche dipendenze, (stalle, fienili, depositi) in buona parte ancora utilizzate dagli agricoltori locali, inframmezzate da orti e piccoli campi, nonché da alcune eleganti abitazioni signorili a due o tre piani. Sulla vetta rocciosa del colle dell’Elcina si trova il Santuario della Madonna dell’Elcina.
Altri monumenti notevoli sono la parrocchiale di San Lorenzo, con facciata rinascimentale caratterizzata da una netta trabeazione e una tozza torre campanaria, e la piccola chiesa della Madonna del Carmine.

La Valle Giumentina e la zona dei “tholos”: lungo l’itinerario che conduce all’altipiano di Valle Giumentina si notano, sulla sinistra un gruppo di capanne a tholos notevoli per fattura e dimensioni. L’edificio principale del gruppo, alto otto metri e di oltre cinque metri di diametro alla base, è il più grande dei circa cinquecento esemplari di questo tipo sparsi nella zona, ed è l’unico a due piani. Sono presenti altri edifici minori a formare un piccolo nucleo abitativo e s’individuano chiaramente abbondanti resti dei muri che anticamente circondavano gli stazzi. Dalla Valle Giumentina si può proseguire a piedi con un sentiero che in poco più di mezz’ora, attraversando il vallone di Santo Spirito, porta all’eremo celestiniano di San Bartolomeo.

Da visitare
Da Abbateggio è possibile raggiungere in pochi minuti d’auto, (ma meglio a piedi o a cavallo!) altre località di notevole interesse storico, culturale, artistico e ambientale.
Oltre alla già ricordata abbazia di San Clemente a Casauria, il comune di Sant’Eufemia a Majella con la piccola, incantevole frazione di Roccacaramanico; Caramanico Terme, grazioso centro noto per le sue acque termali curative, con una splendida chiesa romanica nella frazione di San Tommaso; il Castello di Salle, poco fuori dell’abitato di Salle, recentemente ricostruito in seguito ad un disastroso terremoto; la spettacolare valle del fiume Orta, particolare per la conformazione geologica profondamente incassata e le sue rocce bianchissime tra le quali precipitano impetuose le acque; il borgo di San Valentino in Abruzzo Citeriore con il poderoso castello già appartenuto ai Farnese e la chiesa dei santi Valentino e Damiano, progettata dal Vanvitelli; il parco fluviale del torrente Lavino con i suoi laghetti di acque sulfuree ed il suo mulino seicentesco; il grazioso abitato di Roccamorice con la famosa abbazia di Santo Spirito a Majella, voluta da papa Celestino V, e l’interessante nucleo di capanne a tholos di Colle della Civita. Per gli appassionati della montagna, Abbateggio è inoltre punto di partenza ideale per gite ed escursioni alle principali vette della Majella e al Blockhaus, una vetta del massiccio (2142 m s.m.) dominata dai ruderi di un fortilizio, caratteristica per la presenza del pino mugo, un’essenza endemica di questo luogo.

Appuntamenti
Tra le attività che caratterizzano maggiormente l’attività della Pro Loco di Abbateggio sono senz’altro da ricordare la Festa del Farro ed il Premio Letterario Parco Majella.

La Festa del Farro è una sagra che vede incontrastato protagonista questo cereale altrove dimenticato da secoli perché soppiantato dalle varietà più moderne di grano. Ad Abbateggio il farro è stato riscoperto tra le sementi di antiche famiglie contadine locali, e da anni è oggetto di attenzioni da parte di piccoli produttori locali e della Pro Loco di Abbateggio che ha fatto sua la battaglia per la reintroduzione nell’alimentazione moderna di quest’antico cereale dalle sorprendenti e benefiche proprietà alimentari.
La festa ha luogo nel mese di agosto, in occasione della ricorrenza di San Lorenzo, il patrono del paese. Oltre allo spettacolo delle stelle, cadenti a mille nel terso cielo estivo, gli avventori hanno modo di gustare – gioia del palato! – i mille piatti a base di farro che l’abilità delle massaie ha saputo rielaborare dalle semplici e rustiche ricette originali per adattarle ai gusti più raffinati. Per quest’anno, poi, sono previsti, durante le giornate della festa, concerti di musica antica e polifonica che si terranno nel tardo pomeriggio nelle chiese abbateggiane.

Il Premio Nazionale di Letteratura Naturalistica “Parco Majella”, giunto quest’anno alla sua settima edizione, consta in una gara alla quale possono partecipare scrittori professionisti e dilettanti e giornalisti italiani e stranieri. Il bando di partecipazione viene divulgato a mezzo stampa nel mese di febbraio e gli “scrittori dalla penna verde” hanno tempo sino a maggio per inviare i loro lavori. Durante la serata conclusiva, che cade solitamente l’ultima domenica di luglio, si ha la proclamazione ufficiale dei vincitori alla presenza delle autorità. Il premio si svolge sotto l’alto patronato della Presidenza della Repubblica Italiana, sotto l’egida del Columbus Centre di Toronto (Canada), con il patrocinio del Parco Nazionale della Majella e di tutti gli Enti territoriali regionali e provinciali nonché dei più importanti Comuni della Provincia di Pescara.  Sono stati premiati nelle passate edizioni ad Abbateggio scrittori, giornalisti e ambientalisti di prima grandezza come Luigi Pintor, Fulco Pratesi, Grazia Francescato, Giorgio Celli, Ruggero Leonardi, Reinhold Messner, Iakob Tappeiner, Massimo Morello, Mauro Corona, importanti case editrici quali il Touring Club Italiano, Arnoldo Mondadori, Bollati Boringhieri, Editori Riuniti, Idealibri, Biblioteca dell’Immagine, Cierre nonché riviste specializzate in tematiche ambientali quali Oasis, Airone, Bell’Italia, Verde Oggi. La serata della premiazione viene piacevolmente arricchita dall’intervento di un attore che legge alcuni passi significativi dei testi premiati, e da un gruppo musicale che esegue brani di musica classica. Al termine, ai partecipanti viene offerto, dalla Pro Loco di Abbateggio, un rinfresco.

 

Capanne a tholos. Sono capanne realizzate utilizzando l’abbondante materiale lapideo disponibile posto in opera a secco a realizzare ambienti a pianta circolare, quadrata o rettangolare. Per la copertura veniva usata la tecnica della falsa cupola, sovrapponendo cioè cerchi di pietre leggermente aggettanti verso l’interno sino a chiudere completamente la luce. Questa tipologia costruttiva, importata dalla Puglia attraverso le vie della transumanza verso i primi del 1800, deriva dal trullo che a sua volta deriva dalla “specchia” salentina, termine che identifica delle costruzioni in pietra in forma di grandi coni, alti fino a 18 metri, circondati da un muro, con funzione di torri di vedetta, ma anche delle costruzioni più piccole, senza muro di rincalzo, racchiudenti tombe a cassa e corredo, di tradizione appenninica risalente alla prima età del ferro. Queste capanne a tholos, rifugi di piccole e medie dimensioni, sono nate come prodotto spontaneo di una società pastorale e contadina nella quale non esisteva la specializzazione e dove ognuno era in grado di provvedere ai propri bisogni primari, compresa la costruzione di un ricovero. La capanna costituiva un comodo rifugio in caso di maltempo e un deposito per l’attrezzatura agricola. Nei periodi di maggior lavoro vi si trascorreva la notte, e in tal caso le capanne di medie dimensioni erano provviste di un piccolo soppalco di legno, posto ad un metro da terra, sul quale dormire. Se oltre ad un discreto fondo agricolo si possedeva un certo numero di capi di bestiame era necessario realizzare quell’insieme di edifici e pertinenze che oggi definiamo complesso agro-pastorale. Troviamo così gli stazzi a formare un insieme organico con le capanne come delle vere e proprie masserie stagionali dove si coltivano i vicini terrazzamenti e si accudisce il gregge che pascola più a monte o nelle zone incolte. Il complesso tipo, idoneo per ospitare nei mesi estivi un intero nucleo familiare, era formato da una capanna dormitorio a due piani, da un deposito di prodotti e attrezzi ed infine da un luogo riservato alla mungitura, possibilmente coperto, il tutto racchiuso tra le alte mura dello stazzo.

Caramanico Terme (m 556 s.m., 2496 abitanti): cittadina interessante per la struttura urbanistica e per la bella posizione, e stazione di cura e soggiorno. Fondata, secondo la leggenda, dal monaco Caro, nipote di Carlo Magno, fu feudo di varie famiglie e più a lungo dei d’Aquino. Conserva parte della cinta muraria e delle porte.
Da visitare Santa Maria Maggiore, bella chiesa romanico-ogivale del sec. XV a tre navate e campanile cuspidato. Notevole il portale gotico a pinnacoli laterali e cuspidato dovuto al maestro Giovanni di Lubecca e nella cui lunetta è una Incoronazione di Maria ad altorilievo del 1476.
A circa 5 km verso Abbateggio, è la chiesa di San Tommaso, nella frazione omonima (m 505 s.m.). Risalente alla fine del XII sec., è stata notevolmente danneggiata dal terremoto del 1706 e più volte restaurata. La facciata di pietra a cortina segna, con la diversa altezza degli spioventi, l’organismo interno a tre navate. Notevole il portale mediano con stipiti ornati, un architrave in cui è scolpito a tutto rilievo Cristo seduto in trono, benedicente, tra gli Apostoli e, nella lunetta, Madonna col Bambino tra due santi. Al di sopra, grande rosone a ruota. Elegante l’abside semicircolare con originale monofora, e la torre campanaria con cuspide piramidale.

Castello di Abbateggio: il termine deriva da castellum ed indica una fortificazione più piccola del castrum cioè della vera e propria città fortificata. Il Castello di Abbateggio viene nominato nell’atto di acquisto del contado di San Valentino da parte di Margarita d’Austria e su altri documenti del 1562, del 1593 e del 1628 dai quali si deduce che il territorio del contado comprende il “castello di Bateggio” di 62 fuochi con il casale disabitato di Cusano. La sua presenza è inoltre ricordata nello stemma di Abbateggio che raffigura un castello merlato con una torre centrale. Il castello occupava presumibilmente l’estremità dello sperone roccioso su cui oggi sorge il paese ed interessava in particolare l’area su cui oggi sorge la chiesa di San Lorenzo.
Il Giustiniani ci informa che Abbateggio nel 1532 veniva tassato per 25 fuochi (130 abitanti stimati), nel 1545 per 36 (187 abitanti), nel 1561 per 46 (239 abitanti), nel 1595 per 61 (317 abitanti), nel 1638 per 50 (260 abitanti), nel 1669 per 58 (302 abitanti), nel 1732 per 46 (239 abitanti). L’andamento variabile della popolazione, soprattutto dopo la seconda metà del 1600, è da imputare senz’altro alla peste che colpì l’Abruzzo tra il 1656 e il 1657 e al terremoto della Majella del 3 novembre 1706 che fece registrare notevoli distruzioni e lutti ad Abbateggio come a Tocco Casauria, Torre de’ Passeri, Castiglione, San Valentino, Caramanico, Musellaro, Salle, Manoppello, Serramonacesca e in altri centri della zona.

Eremo di San Bartolomeo: è uno degli eremi celestiniani ricavato in una grotta naturale scavata nella ripida parete della valle di Santo Spirito. All’interno delle cavità sono state realizzate dai monaci strutture murarie per ricavare una minuscola cappella e alcune celle. Nella cappella sono custodite alcune pitture policrome e la statua lignea di San Bartolomeo, oggetto di profonda e radicata devozione per gli abitanti di Roccamorice. Ogni anno infatti, all’alba del 25 agosto, tutto il paese si ritrova nell’eremo per portare in una suggestiva processione mattutina la statua del Santo lungo i ripidi sentieri montani sino al paese dove dimorerà nella chiesa parrocchiale di San Donato per alcuni giorni prima di essere ricondotta alla sua dimora abituale. Durante il tragitto i fedeli si contendono l’onore di trasportare, fosse anche per pochi metri, la statua del Santo.

Farro: è un cereale antichissimo, progenitore del grano. La sua coltivazione risale all’epoca degli Egiziani poi alle stirpi del Mediterraneo: infatti cariossidi di triticum dicoccum (nome botanico di una varietà di farro) sono state trovate in alcune tombe dell’antico Egitto di epoca precedente il periodo dinastico, in avanzi dell’età della pietra in Germania ed a Aquileia nell’età del bronzo. Per il grande utilizzo che in passato si faceva del farro sono rimasti nella lingua italiana alcuni termini correntemente usati come ad esempio farina. Dal punto di vista alimentare è una ricca fonte di vitamine del gruppo A, B, C, E e di sali minerali; contiene fosforo, sodio, calcio, potassio e magnesio. La crusca e gli oli contenuti nel suo germe lo rendono emolliente intestinale, ma la sua caratteristica principale è il suo potere antiossidante che blocca l’eccessiva formazione dei radicali liberi, maggiori responsabili dell’invecchiamento e di forme di degenerazione cellulare.

Festa del Farro: sagra paesana organizzata tradizionalmente dalla Pro Loco di Abbateggio in occasione della festa di San Lorenzo, il patrono del paese. La festa dura solitamente alcuni giorni durante i quali i residenti, gli emigranti ritornati in paese per le vacanze ed i turisti possono trascorrere delle piacevoli serate all’aperto degustando una grande varietà di piatti tipici a base di farro. L’atmosfera viene allietata da musica e balli in piazza. Informazioni sulla festa del farro si possono richiedere alla Pro Loco di Abbateggio, Via Madonna del Carmine, 11 65020 Abbateggio (Pescara) oppure telefonando ai numeri 085/8574172 – 085/60379.

Majella: è, dopo il Gran Sasso, il più importante gruppo dell’Appennino centrale delimitato a nord dalla valle del Pescara e a sud da quella dell’Aventino. La zona culminale è costituita dalle cime del monte Amaro (m 2793), monte Acquaviva (m 2737), Pesco Falcone (m 2657), ed i Tre Portoni. Incavata da bei circhi glaciali e da profondi valloni essa ha aspetto selvaggio benché manchino le creste acute e le strutture tipiche dell’alta montagna. A nord del gruppo culminante, parecchie altre cime superiori ai 2000 m si susseguono fino alla Maielletta; poi la montagna digrada rapidamente verso la Pescara.

Margherita (o Margarita) d’Asburgo, duchessa di Parma e Piacenza, governatrice dei Paesi Bassi. Nata ad Audenarde, nella Fiandra orientale, nel 1522 da Carlo V e da Johanna van der Gheynst, sposò giovanissima (1536), per volere del padre, Alessandro de’ Medici poi, dopo l’assassinio di questi, Ottavio Farnese (1538), nipote del papa Paolo III, dal quale ebbe il figlio Alessandro. Il desiderio di affermare il prestigio dei Farnese, e forse più la sua personale ambizione, la indussero a recarsi, nel 1559, nei Paesi Bassi quale governatrice. Accanita rivale del cardinale Antoine Perrenot de Granvelle, effettivo padrone del governo e fautore di una politica repressiva nei confronti della montante protesta riformista che contagiava il paese, riuscì ad ottenerne dal fratellastro Filippo II re di Spagna l’allontanamento (1563); ma si trovò a fronteggiare la difficile situazione creatasi senza poterla alleggerire anzi, costretta a irrigidirsi per l’aperta rivoluzione dopo ulteriori infruttuosi tentativi di mediazione con l’aristocrazia locale onde isolare il calvinismo popolare. Venne destituita dall’incarico nel 1567 e, lasciate le Fiandre in balìa dell’esercito del Duca d’Alba, rientrò in Italia stabilendosi a Cittaducale, nei suoi feudi abruzzesi che in parte le venivano dal suo matrimonio con Alessandro de’ Medici e che in parte aveva già acquistato (1539) ampliandoli poi dal 1570 (anno in cui acquistò Borbona da Donna Caterina de Ilanis per 4500 ducati) al 1583. Il 26 giugno 1571 Margherita chiese a Filippo II una città su cui “regnare” ed il 21 settembre 1572 le giunse il “privilegio” del re che le concedeva il governo della città dell’Aquila. Dopo quasi otto anni di permanenza all’Aquila tornò nel 1580 per breve tempo nelle Fiandre e il 1° novembre 1583 rientrò in Abruzzo giungendo a Ortona via mare. Durante la sua permanenza in Abruzzo acquistò La Posta (oggi Posta) il 26 luglio 1572 da Caterina Cornesca per 1000 ducati, Ortona a Mare il 20 gennaio 1582 dal principe di Sulmona, Orazio della Nora, per 54000 ducati, come feudo personale, oltre al contado di San Valentino, che comprendeva San Valentino, Abbateggio, Bacucco (oggi Arsita), Pianella e il casale di Cusano (frazione di Abbateggio), acquistato dal conte Carlo de Phrigiis Penatibus della Tolfa per 66000 ducati il 3 febbraio 1583.
Al tempo della loro massima estensione, dunque, le proprietà di Margherita in Abruzzo si estendevano da Cittaducale con il suo circondario (Leonessa, La Posta, Borbona, Montereale, Capitignano, Campotosto, Cittareale, Accumoli, Castelsantangelo, Borgovelino), al Comitatus aquilano, esclusa la città dell’Aquila che manterrà la sua natura demaniale, i territori di Civitella del Tronto, Campli e Teramo, la Civita di Penne, con Farindola, Montebello, e Bacucco, la Civita di Chieti, con Pianella, Alanno, San Valentino, Abbateggio, Lanciano e Ortona. Con questi feudi Margherita cercò di realizzare uno stato farnesiano autonomo posto tra la corte pontificia e il regno di Napoli, uno stato che avrebbe avuto come confini naturali i monti a occidente e il mare ad oriente.
Ma il suo progetto non vedrà mai la luce: Margherita si spense infatti ad Ortona nel 1586, a 64 anni, senza essere riuscita nel suo intento di unificare l’Abruzzo.

Parco Nazionale della Majella
Sede: Palazzo Di Sciascio, via Occidentale, 6 – 66016 Guardiagrele (Ch)
Telefono: 0871/800713; fax: 0871/800340
SitoWeb: http://www.parks.it/parco.nazionale.majella/par.html
Ufficio Pianificazione e Programmazione: Casa Nanni – 67030 Campo di Giove (Aq)
Tel. 0864/408102; fax: 0864/408895
Anno istituzione: 1991
Provincie interessate: Pescara, L’Aquila, Chieti
Superficie: 74.095 ha
Fauna. Sono presenti nel parco il cervo (circa 150 esemplari), il capriolo (80 esemplari), il camoscio d’Abruzzo (50 esemplari), l’orso bruno marsicano (20 esemplari), il lupo appenninico (30 esemplari). Sono inoltre presenti la lontra, il gatto selvatico, la martora, la faina, la donnola, la puzzola, lo scoiattolo, l’aquila reale, il falco pellegrino, il picchio dorsobianco, il picchio muraiolo, il falco pecchiaiolo, l’astore e tante altre specie. Esclusivo della Majella, il piviere tortolino per il quale il Parco rappresenta in tutta l’Europa mediterranea l’ultimo rifugio. Sono infine presenti quasi tutte le farfalle diurne italiane – 116 su 131 – e quasi tutte quelle notturne.
Flora. Senza pari il patrimonio di biodiversità vegetale della Majella: oltre 1800 specie vegetali censite, circa un terzo dell’intera flora italiana con elementi mediterranei, alpini, balcanici, pontici, illirici, pirenaici, e artici. La faggeta caratterizza il paesaggio dominante fino ai 1800 metri, arricchita da tasso, agrifoglio, sorbo, acero, cerro, carpino nero, orniello, il leccio e diverse specie frutticole. Alcune specie, qui giunte dai Balcani in periodo glaciale con il prosciugamento del mare Adriatico, sono rimaste poi geneticamente isolate dopo lo scioglimento dei ghiacciai ed il conseguente ripristino del normale livello marino originando nuove specie endemiche o subendemiche che costituiscono oggi un patrimonio di valore inestimabile. Tra queste citiamo: la viola della Majella, il ranuncolo magellense, la stella alpina dell’Appennino, la genziana magellense, tarassaco glaciale, aquilegia della Majella, adonide distorta, pinguicola di Fiori, soldanella della Majella, scarpetta di Venere, androsace abruzzese, ginepro sabino ed altre. Nella fascia fitoclimatica compresa tra i 1700 e i 2300 metri domina incontrastato il pino mugo accompagnato da altre specie quali il ginepro nano, il sorbo alpino, l’uva d’orso, il mirtillo etc.

Pietro Angelerio da Morrone (Papa Celestino V): nato a Isernia nel 1215, morto a Fumone nel 1296. Prende il nome dal monte presso Sulmona dove fu a lungo eremita; fondò verso il 1264 una congregazione di eremiti che  da lui si chiameranno in seguito celestini. La lunga vacanza del trono papale alla morte di Niccolò IV finì con la sua elezione a pontefice avvenuta a Perugia il 5 luglio 1294 e dovuta alla sua fama di santità non meno che all’influenza di Carlo II d’Angiò. Troppo vecchio e incapace di liberarsi delle continue richieste di favori da parte dei suoi monaci e ancor  più di Carlo II che lo indusse a nominare vari cardinali francesi, il 13 dicembre 1294 volle abdicare. Fu incoraggiato nella sua decisione dal cardinale Benedetto Caetani, il quale, eletto con il nome di Bonifacio VIII, dapprima lo fece sorvegliare, poi, dopo un tentativo di fuga, lo confinò nel castello di Fumone. Nel 1313 fu canonizzato.
Riportiamo di seguito la storia del “gran rifiuto” di Celestino dal “Delle vite de’ Pontefici” di Battista Platina (Venezia, 1643). Celestino Quinto, chiamato prima Pietro da Morone, fù da Isernia, e visse heremita in un luoghetto solitario due miglia lungi da Sulmona, & in quella discordia de’ Cardinali ad istantia del Re Carlo, e del Cardinal Latino, fù absente creato Pontefice, e con maggior meraviglia di tutti quanto più pareva che per la santità della vita sua fusse egli più da questo così sublime grado lontano. Venutosene egli adunque dopo la sua creatione nell’Aquila, vi chiamò tosto tutti i cardinali, ch’erano in Perugia. Facevano con lettere e con messi i cardinali istantia che egli in Perugia venisse, che era città più alla dignità Pontificia conveniente. Ma il parere di Celestino vinse finalmente, perché così vedeva il Re Carlo volere. Andatine tutti adunque nell’Aquila, adorarono Celestino come vero Pontefice. Scrive Tolomeo, che vi si trovò presente, che alla incoronatione di Celestino concorsero 200.mila huomini. Credo che le genti mosse da questa novità vi andassero, e dalla santità di Celestino, il qual essendo heremita pareva che non fusse, se non per ordine divino, stato all’altezza di tanta dignità promosso dopo tante contentioni dei Cardinali. Ma Celestino non già per la dignità del Ponteficato lasciò la pristina vita sua. Era così facile  e benigno con tutti coloro che qualche cosa gli dimandavano, che spesso una medesima cosa a due dava. Di che ne nasceva un vilipendio della dignità Pontificia. In effetto, per la vita che esso nell’heremo fatta haveva, poco atto a negotij era.  Per laqual cosa incominciò a ragionarsi ch’egli dovesse renunciare il Papato, & all’hora massimamente, che’l Cardinal Latino morì, il qual era persona savia, e di gran bontà , e con l’autorità del qual Celestino il peso del Papato sosteneva. Facendo adunque grand’instantia  alcuni cardinali, e più che tutti gli altri Benedetto Gaetano, assai dotto nelle leggi civili, e canoniche, ma di astuto ingegno che teneva il primo luogo presso il Pontefice, che Celestino il manto di Pietro renonciasse, acciocché per ignorantia e difetto di chi n’havea il governo, non venisse a pericolar la Chiesa santa, incominciò il Papa a pensar di dover lasciare quella dignità. Carlo, che di questa superstittiosa leggierezza s’avide, perché era suo amicissimo, a Napoli nel condusse, e si sforzò di distorlo da questo pensiero poco honorato. E perché tutto sempre gridava il popolo, e diceva non volere altro pontefice che Celestino e con prieghi e scongiuri nel travagliavano, esso rispondeva loro non volere altro fare che quello che Dio gli ispirarebbe per lo bene de’ Christiani. All’hora i Cardinali, che questa rinuncia desideravano, maggiormente insistevano ch’egli più tosto che potea lo facesse, per il pericolo grande nel qual, per il poco governo, la Repubblica Christiana si ritrovava. E per più spaventarlo dicevano che a lui, nel dì del giudicio, si imputerebbe quanto di male all’hora nella Chiesa santa avveniva. Mosso il santo e semplice Pontefice da quelle parole, si risolvette, e disse di voler fare quanto essi volevano, pure che fare di ragione lo potesse. Allora fu tosto, d’un consentimento di tutti, fatta una legge che fusse al Pontefice lecito di rinunciar il manto di Pietro. La qual constitutione e legge fù poi da Bonifacio Ottavo suo successore confermata, come nel sesto libro de’ Decretali si vede. Fatto questo, Celestino alla vita privata smontò, dando a’ Cardinali libera potestà di creare in suo luogo un altro Pontefice. E fù questa renuncia fatta il sesto mese del suo Ponteficato. Fù dopo questo per consentimento della maggior parte de’ Cardinali eletto Benedetto Gaetano Papa, il quale fece per camino prendere Celestino, che se ne ritornava all’heremo, e fece rinchiuderlo nella rocca di Fumone in campagna di Roma, mosso da questa ragione (com’egli dicea) che havrebbono potuto i capi delle fattioni sotto questo pontefice far un dì qualche gran male alla Chiesa di Dio, se ben mostravano di conoscere e d’ammirare la santità di Celestino. Comunque questo si fusse, cosa chiara è che Bonifacio grand’ingratitudine & astutia mostrasse, poiché con la sua ambitione ingannò quel grand’huomo a rinunciare il Papato, e presolo poi, mentre se ne ritornava al suo heremo, nella rocca di Fumone il rinchiudesse, e lo sforzasse a lasciare innanzi tempo per puro dolore & affanno la vita, e fù in capo di 17 mesi dopo che Benedetto fù Papa. Scrivono alcuni che Celestino dopo la morte facesse molti miracoli, e ne fusse perciò poi spesso ne’ concilij ragionato di dover canonizarlo e che molti per santo l’havessero, e nel catalogo de’ confessori lo tenessero e per una constitutione di Clemente V fatta in Avignone la sua festività si celebra ogni anno a’ 18 di giugno, in quel dì appunto, ch’egli morì.

Premio Nazionale di Letteratura Naturalistica Parco Majella: è nato nel 1998 grazie a una intuizione dell’associazione Pro Loco di Abbateggio che attraverso questa manifestazione desiderava presentare al pubblico opere letterarie contrassegnate da una spiccata sensibilità nei confronti della natura. Strutturato tradizionalmente in cinque sezioni (narrativa e poesia inedita, narrativa edita, saggistica e giornalismo) il premio si è arricchito nel corso delle passate edizioni grazie all’intervento di personalità scelte dal mondo culturale, politico, naturalistico e universitario che garantiscono ogni anno un sempre maggior spessore al premio.
Nel 1999 è stata dedicata a Paolo Barrasso, lo sfortunato biologo che per la natura sacrificò la propria vita, la sezione “saggistica” mentre, a partire dalla edizione 2001 sono state inserite due nuove sezioni dedicate alla scuola ed agli italiani all’estero, quest’ultima sotto l’egida del Columbus Center – Centro di studi e di cultura italiana di Toronto (Canada). Nato in un comune del Parco nazionale della Majella, il premio letterario ha riscosso sin dalla sua prima edizione un notevole successo di partecipazione di scrittori, saggisti e giornalisti esordienti e professionisti trovando altresì una forte cassa di risonanza nelle testate regionali, nazionali e italiane all’estero: racconti, poesie, e libri editi sono giunti da tutta Italia, dall’Europa e da altri continenti a conferma di un interesse sempre più vivo degli italiani residenti all’estero per la cultura e le tradizioni delle loro terre d’origine, e di tutti nei confronti della cultura letteraria e delle tematiche ambientali. Ogni anno siamo perciò lieti di costatare l’infoltirsi di quella schiera che ci piace definire “gli scrittori dalla penna verde”.

Radmilli, Antonio Mario (Gorizia, 1922 – Pisa, 1998) fu studioso di rilievo internazionale nell’ambito paletnologico. Formatosi negli anni ’40 a Roma, giunse a Pisa nel 1953 per usufruire di una borsa del CNR per lo studio delle faune del Quaternario. Da allora tutta la sua attività didattica si svolse presso l’Università di Pisa dove fu incaricato nel 1958 per lo studio della Paleontologia Umana, disciplina per la quale divenne ordinario nel 1971. La sua attività di ricerca e di scavo in Abruzzo inizia nel 1948 proseguendo intensamente per alcuni lustri, contribuendo in modo decisivo sa far luce sulla presenza e sulla vita dell’uomo in Abruzzo a partire dal paleolitico medio-inferiore. Oltre a quelle nella Valle Giumentina, condusse importanti e proficue campagne di scavo a Bolognano, a Popoli, a Catignano, a Calascio, a Santa Maria in Arabona, a Torre dei Passeri nonché nell’area del Fucino, in particolare a Celano ed Ortucchio. Insieme a E. Tongiorgi conferì allo studio della più antica storia umana un’impostazione interdisciplinare che si tradusse nella creazione, a Pisa, di laboratori per lo studio delle faune, dei sedimenti e dei pollini. Nella sua lunga carriera il Radmilli affrontò, con contributi talora fondamentali, lo svolgersi delle culture umane dal loro apparire sulla penisola italiana sino all’età del bronzo, cercando di superare la tradizionale partizione per cui ai naturalisti sarebbe spettato lo studio delle fasi più antiche, mentre i periodi più recenti dovevano essere affrontati con un’impostazione storico-archeologica. Egli sostenne sempre che il metodo da adottare doveva essere unico, ed era il metodo storico, ma che, data la natura delle testimonianze preistoriche, essenziale appariva il contributo delle scienze naturali. In contrasto con la grande importanza assunta dalle ricerche di tipologia analitica, il Radmilli si sforzò sempre di studiare le culture nel loro insieme prestando attenzione alle scelte economiche ed alle modalità insediative e non solo alle manifestazioni ergologiche delle popolazioni preistoriche. Radmilli inoltre avvertì profondamente l’importanza che assume la collaborazione e il confronto tra studiosi e parimenti sentì sempre la necessità di divulgare i risultati della ricerca scientifica, di mantenere aperto il dialogo con i non tecnici e di valorizzare e incanalare l’attività dei “dilettanti”. L’importanza della sua attività per lo sviluppo delle scienze preistoriche traspare chiaramente dalle cariche assunte e dai riconoscimenti avuti; tra le altre cose, a partire dal 1988, fu presidente dell’Istituto Italiano di Preistoria e Protostoria, nel 1991 venne eletto socio corrispondente dell’Accademia dei Lincei e presidente dell’Unione Internazionale delle Scienze Preistoriche e Protostoriche.

Roccamorice. Sorge alle falde della Majella, a 530 metri sul livello del mare. La sua fondazione si fa risalire al IX secolo. Di origine italica, nell’ottavo secolo faceva parte della diocesi di Chieti. Nel IX secolo vi fu fondata l’abbazia di Santo Spirito a Majella che venne poi restaurata nel XIII secolo da Pietro Angelerio da Morrone, il futuro papa Celestino V, che ne fece la casa madre della congregazione religiosa che poi da lui prenderà il nome. Intorno al 1795 i baroni Valignani divennero proprietari del contado di Roccamorice. Come comune indipendente, Roccamorice venne soppresso nel 1929 nell’ambito della riorganizzazione amministrativa voluta da Mussolini che lo riunì sotto un’unica giurisdizione assieme a San Valentino e Abbateggio.

Salle (472 m sul mare, 443 abitanti): è un paese moderno fondato in sostituzione di Salle vecchia che subì gravi danni per frana e i terremoti del 1915 e 1933 e di cui restano suggestive rovine. Appartenne a vari feudatari fino al 1795 quando contava 1000 abitanti e risultava di proprietà dei Baroni Genova di Vasto che lo manterranno sino all’abolizione del feudalesimo. Nel paese, unico in Italia, si preparano corde armoniche e catgut per suture chirurgiche.

Il castello di Salle, è stato recentemente restaurato dai proprietari, i baroni di Genova, e adibito in parte a museo civico. Vicino a una delle porte del castello si trova un’antica fontana con tre mascheroni mentre poco distante, su di un portale, sono raffigurati gli stemmi del casato baronale. La facciata è munita di feritoie dalle quali spuntano fusti di cannone. Fino al 1921, come testimonia una relazione del Genio Civile, il castello contava ben 43 vani mentre al giorno d’oggi, cadute le sopraelevazioni e diminuito consistentemente il numero delle stanze, resta solo il fabbricato al pianterreno che si estende dentro il muro di cinta per circa 110 metri. La parte più antica della costruzione è quella che sporge verso gli scoscendimenti della collina ove era posto il vecchio abitato di Salle. Una panoramica balconata corona le mura da dove è possibile godere una splendida vista del monte Morrone e delle valli dell’Orta e dell’Orfento. L’esterno del castello è caratterizzato da un tipico giardino all’italiana ricco di siepi di bosso, cipressi e ulivi secolari. Il castello è stato dichiarato monumento nazionale, e accoglie un interessante museo civico visitabile da giugno a settembre, fatta eccezione per alcune sale riservate alla famiglia baronale.

San Clemente a Casauria: una delle chiese abbaziali più interessanti della regione, importantissimo monumento di transizione dal romanico al gotico cistercense. La facciata è preceduta da uno stupendo portico a tre arcate divise da pilastri rettangolari con colonne addossate su ogni faccia. Bellissimi i capitelli e gli archivolti. I battenti a riquadri bronzei risalgono al 1192 e sono dovuti probabilmente all’abate Ioele. Tra le figure rappresentate nei riquadri dei battenti, interessanti sono i castelli soggetti all’abbazia, raffigurati con tre torri e individuati ciascuno dal proprio nome.
Il maestoso interno, lungo 48 metri, è a croce latina con i bracci poco sporgenti, diviso in tre navate, con un’unica abside semicircolare. Le navate sono divise da arcate ogivali su pilastri di varia forma. Spicca sulla destra il grande, magnifico ambone scolpito dal frate Giacomo da Popoli, a forma di cassa posata direttamente su quattro colonne architravate con bei capitelli. A sinistra è l’elegantissimo candelabro per il cero pasquale mentre nell’abside fa da altare un sarcofago romano cristiano figurato e strigilato sotto un bel ciborio a quattro colonne architravate e con copertura piramidale, ricco di figurazioni e ornati sui frontoni e negli architravi.

San Valentino in Abruzzo Citeriore (m 457 s.m., 2000 abitanti): notevole centro situato sopra un cocuzzolo roccioso. Si chiamava anticamente Castel della Pietra e prese il nome attuale quando vi furono traslati i corpi di S. Valentino, vescovo e martire di Terracina e di S. Damiano. Appartenne nel sec. XIV ai duchi Acquaviva d’Atri, poi ai Fieschi di Genova (1479) e più tardi ai Farnese. La Parrocchiale dei SS. Valentino e Damiano, sull’alto di una gradinata, è su disegno di Luigi Vanvitelli (la facciata con due campanili gemelli fu rifatta dopo il 1915), con bell’interno a una navata e cupola. A sinistra della chiesa è la porta di accesso all’antico castello di cui restano tratti di cortine e torri; un androne immette al palazzo Farnese con un portale, scala esterna e loggia.
A ovest del paese, nelle pareti sovrastanti la valle del fiume Orta si aprono due interessanti cavità: la grotta de li Callarelli e la grotta Riparo. In entrambe sono state rinvenute pitture preistoriche.

Sant’Eufemia a Majella (m 858 s.m., 582 abitanti): paese di antiche origini (esistono documenti del 1064 in cui ne viene indicata l’esistenza) fu dipendenza della vicina Caramanico fino al 1834 anno in cui se ne distaccò formando comune a sé aggregando le frazioni di Villa Ricciardi e S Giacomo. Dopo un periodo di emigrazione, tra il 1950 e il 1970, dovuta alla crisi dell’economia agricola e pastorale, si è avviato negli ultimi anni un periodo di sviluppo e di ripresa economica grazie all’interesse turistico suscitato dagli impianti termali della vicina Caramanico e dall’istituzione, nel 1991, del Parco Nazionale della Maiella nei cui confini rientra tutto il territorio comunale. Immersa nel verde dei boschi e dei pascoli, circondata da selvagge montagne, Sant’Eufemia ha scoperto finalmente la sua vocazione naturalistico ambientale.
Il monumento più importante è la chiesa di San Bartolomeo, risalente alla seconda metà del 1400. Nella facciata in blocchi irregolari di pietra locale, si aprono tre portali e tre finestre in corrispondenza delle navate interne. Le aperture centrali sono decorate e ornate da fregi e stemmi. L’interno a tre navate è diviso da pilastri quadrangolari con archi ornati a stucco. Notevole il tabernacolo ligneo realizzato nel XVI secolo da artisti cappuccini.
La frazione di Roccacaramanico è interessante dal punto di vista architettonico per la disposizione urbanistica a castello con le tipiche case a “mura” e a “torre” ed al centro l’edificio religioso. Da visitare l’ex municipio oggi ristrutturato e sede di un locale museo della civiltà contadina e pastorale.

Santuario della Madonna dell’Elcina: sorge su di un cocuzzolo roccioso a breve distanza da Abbateggio. E’ una piccola chiesa con la facciata in pietra della Majella ricostruita nel 1927 sulla vecchia cappella risalente al XVI secolo. Nell’interno, sopra l’altare maggiore, in un’edicola, si trova la statua della Madonna dell’Elcina in terracotta tinteggiata. La statua, a grandezza naturale, è nobilissima e può essere fatta risalire ai primi del XVI secolo. La Madonna vi è raffigurata assisa, drappeggiata in una tunica verdastra, coperta da un manto azzurrino, con il Bambino Gesù in grembo adagiato su di un cuscino. Sotto l’altare vi è un tronco d’elce, considerato un resto dell’antico albero sul quale, secondo la leggenda, apparve la Vergine. Presso l’altare v’è il quadro raffigurante la Madonna, in tunica rossa e manto azzurro, che, seduta su di un albero, sostiene fra le braccia il Bambino ignudo e benedicente. Il quadro reca l’iscrizione “Maria SS. dell’Elcina di Abbateggio” e può esser fatto risalire al XVII secolo. La leggenda della Madonna dell’Elcina viene riportata dal volume “Tradizioni e leggende sacre abruzzesi” – F. Verlengia, 1958: “Un giorno due pastorelli muti di Abbateggio, pascolando le pecore, nella contrada dell’Elcina, nei pressi del paese, videro su di un albero una signora e ai piedi dell’albero un quadro che rappresentava una madonna seduta su di un vecchio tronco. La Signora disse ai pastorelli che voleva una chiesa sul posto, ripetendo per tre volte la medesima cosa. Alla terza i pastorelli si mossero e si recarono alla madre [rivolgendosi a lei] come mai avevano fatto fino allora, perché muti, e parlarono raccontandogli il fatto. La madre fu lieta e sorpresa nel sentire parlare per la prima volta i suoi figlioli e dette la nuova al vicinato gridando al miracolo. Corse gente. I pastorelli narrarono ancora quanto avevano veduto e quanto la signora aveva chiesto. – Una signora? Dunque la Madonna! - , e a torme la gente seguì i pastorelli sino all’albero, ove ancora sedeva la Signora e dove ancora era il quadro della Madonna.
Se non che i pastorelli vedevan sempre la Signora e la folla invece vedeva solo il quadro. Il quadro fu preso e devotamente portato nella chiesa di Abbateggio, ma la mattina seguente fu ritrovato presso l’albero. Riportato nella chiesa, fu di nuovo rinvenuto presso il solito albero. Dopo la terza traslazione e il terzo conseguente rinvenimento presso il solito albero si compresero le intenzioni della Madonna; e presso l’albero le fu costruita una chiesa, che è quella della Madonna dell’Elcina. Dice la tradizione che durante le apparizioni della Vergine i monaci di Santo Spirito a Majella, dalle loro alture, osservavano una luce sul colle dell’Elcina.”

Torrente Lavino: nasce dalla Majelletta e lambisce gli eremi di Santo Spirito e San Bartolomeo occupando il fondo del vallone denominato di Santo Spirito. Individua, profondamente incassato tra le rocce, il confine tra i comuni d Abbateggio e Roccamorice e si getta nel Pescara all’altezza di Scafa. In località Decontra viene alimentato da alcune sorgenti sulfuree: è il Parco territoriale attrezzato del Lavino, istituito con un’apposita legge regionale nel 1987, che copre un’estensione di circa 40 ettari. E’ un ambiente unico nel suo genere, in cui l’acqua che forma le pozze, le lanche e i canali è acqua sulfurea. Piccoli spazi in cui i colori e gli odori sono forti: l’azzurro irreale dei laghetti, dovuto alla presenza dei solfati disciolti nelle acque, e l’aria diversa che vi si avverte catturano l’attenzione del visitatore e l’imprigionano in una dimensione magica. Passeggiando lungo i canali si scoprono le testimonianze di un’antica e laboriosa presenza umana, come l’antico mulino del ‘600, solida e semplice struttura che si fonde con l’ambiente naturale dove i giochi d’acqua si fanno complicati percorrendo mille vie e raccogliendosi in una pozza turbolenta. Il mulino conserva tutto il suo fascino di antica testimonianza di tutte quelle macchine ad acqua che in passato utilizzavano la copiosità delle sorgenti.
Nei pressi del mulino e in prossimità delle risorgenze a Decontra si scoprono i resti di ponti in pietra e stazioni di servizio del tracciato ferroviario che trasportava i materiali dal cuore della Majella (miniere di asfalto di Abbateggio e di Roccamorice) fino alla valle del Pescara.
L’area si presta a scopo didattico per la ricca presenza di elementi vegetali e faunistici tipici degli ambienti acquatici. Tra le specie arboree presenti ricordiamo il pioppo bianco, il pioppo nero, il salice bianco, il salice fragile, il salicone, il salice nero, il salice da ceste, il salice di ripa; tra le altre specie vegetali, la cannuccia palustre, la tifa, il coltellaccio, il crescione d’acqua, il giglio d’acqua, il biodo e varie specie di giunchi. Tra le specie animali ricordiamo invece l’usignolo, il fringuello, il martin pescatore, il verzellino.
 

Valle dell’Orta: istituita come riserva naturale regionale nel 1989 ricade nel territorio dei comuni di Bolognano e SanValentino. Presenta una configurazione geomorfologica di grande interesse paesaggistico nonché storico morfologico cui si unisce un alto valore naturalistico. Nei suoi canyon scorre uno dei corsi d’acqua meglio conservati della regione che nasce alle pendici del monte Amaro e scorre nella valle che separa il massiccio della Majella dal Morrone. In corrispondenza dell’abitato di Caramanico riceve, in destra, le acque del fiume Orfento.
Innumerevoli, per la varietà dei microclimi e degli ecosistemi presenti nella valle, le specie vegetali che vanno dalle vaste pinete di pino d’Aleppo, ai boschi di leccio che qui è considerata specie extrazonale, la cui presenza è però favorita dal particolare microclima; dalla macchia mediterranea, dove il leccio e il ginepro possono trovarsi in associazione con altre specie sempreverdi a formare delle fitte associazioni vegetali pressoché impenetrabili, agli orno-ostrieti, boschi di latifoglie decidue come l’orniello e il carpino nero; dal bosco misto di caducifoglie con prevalenza di roverella, carpino nero e acero campestre, alla gariga, derivante dalla degradazione della macchia mediterranea, formata da bassi arbusti ed erbe lignificate alla base. Il sottobosco è popolato da una grandissima varietà di arbusti e cespugli tra cui ricordiamo, oltre al già menzionato ginepro, il biancospino, il prugnolo, e la rosa di macchia. Nel tratto finale della valle, lungo il fiume, è presente una notevole varietà di specie igrofile quali pioppi e salici, nonché carici, giunchi, felci, equiseti e tife.
Tra le specie animali ricordiamo la lontra, lo scoiattolo, l’istrice, il tasso, la puzzola, molti uccelli quali l’aquila reale, il falco pellegrino, lo sparviero, il picchio muraiolo, il falco pecchiaiolo, la pavoncella, l’airone rosso, lo storno, la gazza, l’upupa, il codirosso, l’usignolo, il rigogolo, lo scricciolo, il picchio verde, il merlo acquaiolo, ed il martin pescatore.
Tra le testimonianze archeologiche possiamo ricordare la Grotta Scura, con reperti risalenti al neolitico, la Grotta del Mortaio di notevole interesse per le sue pitture rupestri e la Grotta dei Piccioni con alcune rudimentali camere e pitture alle pareti. Sul fondo di questa grotta sono stati rinvenuti 11 circoli realizzati con ciottoli di fiume e pietre nei quali sono stati rinvenuti resti di offerte e sepolture risalenti al neolitico.

Valle Giumentina. Il giacimento di valle Giumentina è situato alle pendici della Majella a 700 m d’altezza nel territorio di Abbateggio. Si tratta di un deposito alluvionale appartenente ad un piccolo lago che occupava una depressione carsica. Il deposito del lago di valle Giumentina è stato negli ultimi anni inciso da un torrente che ha messo in evidenza la successione stratigrafica, la quale risulta formata da 48 strati di cui, per quanto concerne lo stanziamento umano, interessano solamente quelli che dalla superficie arrivano fino allo strato 20 compreso. Il lago più volte nella sua lunga durata fu soggetto, per cause climatiche, ad una riduzione dello specchio d’acqua con conseguente formazione di strati nerastri di 30 - 40 cm di spessore evidentemente coperti da cannucce lacustri e comunque da vegetazione, sui quali camminarono e fissarono il loro stanziamento le genti del paleolitico inferiore. Questi stanziamenti corrispondono agli strati 20, 24, 30, 33, 37, 40 e 42. La serie lacustre è ricoperta da un deposito di pietrisco e da un ammasso caotico di blocchi in matrice pulverulenta biancastra, messi in posto da soliflussione. L’ultima parte del deposito (strato 46) giace in discordanza, è formata di terra rossa interrotta in vari punti da una formazione a ciottoli contenente strumenti in giacitura primaria e secondaria ed è stata depositata anche questa da una soliflussione. La lacuna stratigrafica che esiste tra lo stato 46 e quello sottostante è dovuta al fatto che il deposito venne asportato da una forte azione di ruscellamento.
L’industria litica di Valle Giumentina è stata tratta da liste e arnioni di selce, raramente da ciottoli, ed è stato notato che i manufatti dello strato 20 sono ricavati da una selce di colore bruno, quelli degli strati 30, 33, 40, 42 da una selce di colore grigio bluastro de infine quelli dello strato 37 da una selce di colore biancastro o grigio chiaro. Da ciò si può dedurre che le genti che si susseguirono nella zona sfruttarono giacimenti diversi. Per quanto concerne i manufatti, nel deposito di Valle Giumentina sono state rinvenute diverse industrie del Paleolitico inferiore. Gli strati 20, 24, 30 e 33 hanno restituito manufatti dell’industria clactoniana notevolmente più evoluta di quella della località Madonna del Freddo (Chieti) che è conosciuta con la denominazione, appunto, di facies di Valle Giumentina. Essa consta di schegge che sono state trasformate in raschiatoi e rari strumenti con becchi e incavi talvolta ritoccati in punta. Il ritocco è di tipo embricato, il piano di percussione è liscio, inclinato verso il piano di distacco, sviluppato più in senso laterale che in profondità, per cui si deduce che le schegge venivano staccate dall’arnione (o lista silicea) utilizzando un percussore intermedio, per quanto non manchino anche strumenti nei quali è evidente anche l’uso dell’incudine. Lo strato 37 ha restituito amigdale con lavorazione bifacciale a schegge lamellari e strumenti con piano di percussione puntiforme: questa tecnica apparteneva a popolazioni con una tradizione culturale diversa da quella delle genti della facies clactoniana di Valle Giumentina, fatto questo che è confermato, come abbiamo visto, anche dalla diversa qualità della materia prima. Gli strati 40 e 42 contengono nuovamente manufatti della facies di Valle Giumentina e costituiscono forse le ultime manifestazioni delle genti di tradizione clactoniana che abbandonarono la zona dopo il definitivo prosciugamento del lago. Lo strato 45 ha restituito pochi manufatti protolevalloisiani lavorati in posto. Nello strato 46 distinguiamo, in base alla tipologia e alle patine, cinque gruppi di manufatti: il primo comprende strumenti clactoniani del tipo di quelli ritrovati in località Madonna del Freddo, il secondo consta di manufatti della facies della Valle Giumentina, al terzo gruppo appartengono strumenti protolevalloisiani, il quarto gruppo è formato da pochi strumenti protolevalloisiani ripresi mediante ritocco ed infine il quinto gruppo consta di strumenti levalloiso-musteriani lavorati in posto. A quest’ultimo gruppo appartengono tipiche punte levallois, raschiatoi e schegge ritoccate, spesso con piani di percussione a faccette e tutti presentanti una patina fresca.
(Tratto da A. Mario Radmilli: L’Abruzzo nei millenni – A. Polla Editore, 1993)

© Carlo Spatola Mayo - 2001

 
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